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I continui aumenti delle accise sulla birra hanno posto la filiera in sofferenza.

Aumentare le accise non risolve i problemi del Paese, ma porta danni a tanti italiani. Ai consumatori, che finiscono con il pagare di più la propria birra. Alle aziende birrarie, che rischiano di perdere competitività all’interno e all’estero e di dover tagliare gli investimenti produttivi e di non poter continuare – come hanno fatto negli ultimi anni – a creare posti di lavoro. Agli agricoltori e agli esercenti di bar e ristoranti, che in presenza di una diminuzione dei consumi di birra vedono ridursi anche i propri redditi. Si ostacola anche la crescita dimensionale dei tanti microbirrifici nati di recente e si scoraggiano gli investimenti delle grandi aziende nel nostro Paese.

 

Un settore schiacciato tra pressione fiscale da record e crisi economica

Da un decennio i consumi di birra in Italia sono fermi in volume: nel 2004 il consumo annuo pro capite era pari a 29,6 litri, nel 2014 è stato di 29,2 litri. Soprattutto, negli ultimi anni, i consumi hanno perso valore spostandosi da premium a primo prezzo e da fuori casa a in casa.

Aumentano le importazioni (4,9 milioni di litri nel 2004, 6,2 milioni nel 2014) e anche l’export non cresce più al ritmo degli anni passati (dopo aver raggiunto il picco storico nel 2011 superando i 2 milioni di litri, da allora è fermo intorno alla soglia dei 2 milioni).

La pressione promozionale sulla birra ha superato nel 2014 il 44%, contro il 28,5% medio dei prodotti di largo consumo. Oggi, quasi 1 birra su 2 è venduta in promozione (fonte: IRI 2015).

Anche la crescita dei microbirrifici mostra una preoccupante battuta d’arresto: negli ultimi anni il numero dei microbirrifici e brew pub italiani era cresciuto ad un ritmo di circa il 20-25% annuo, passando da poco più di 300 nel 2011 (311) a quasi 600 a fine 2014 (585). Per il 2015 si stima una crescita del 4%.

L’eccessiva pressione fiscale mette a rischio la competitività delle aziende e la crescita della filiera. L’effetto di una pressione fiscale così elevata è quello di limitare la capacità delle nostre aziende di penetrare i mercati internazionali e di favorire le importazioni, che infatti negli ultimi 10 anni sono cresciute dal 20% al 35% fino a diventare la più grande impresa di birra del nostro mercato.

Non solo, così si ostacola anche la crescita dimensionale dei tanti microbirrifici nati di recente e si scoraggiano gli investimenti delle grandi aziende nel nostro Paese.

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L’aumento delle accise sulla birra danneggia tutti

Non solo i 30 milioni di consumatori italiani che a causa delle nuove tasse finiscono con il pagare di più la propria birra.

Non solo gli oltre 600 produttori di birra italiani, tra grandi marchi e microbirrifici artigianali, che sono costretti a tagliare gli investimenti produttivi e non possono continuare – come hanno fatto negli ultimi anni – a creare posti di lavoro.

Danneggia le 136.000 persone che lavorano direttamente nel settore birrario e nell’indotto.

Danneggia i tanti giovani che hanno trovato nella birra un’opportunità imprenditoriale: negli ultimi 5 anni sono sorte oltre 300 micro aziende birrarie, con imprenditori nella maggior parte dei casi under 35.

Danneggia gli agricoltori italiani, perché le aziende birrarie acquistano le materie prime, come l’orzo, prevalentemente da coltivatori locali. E se il settore birrario va in crisi, diminuiscono anche gli acquisti e i redditi dei coltivatori.

Danneggia i gestori dei pubblici esercizi, oltre 200.000 imprese tra bar, ristoranti, alberghi dove la birra è protagonista e rappresenta una fonte importante di fatturato e reddito.

Infine, ed è paradossale, rischia di danneggiare lo Stato italiano, le cui entrate fiscali complessive (non soltanto accise) derivanti dalla birra si stanno rivelando minori di quanto atteso. E peggiorano anche i nostri conti con l’estero, dato che l’aumento delle accise rende meno competitiva la birra prodotta in Italia rispetto a quella proveniente dai moltissimi Paesi stranieri in cui l’accisa sulla birra è più bassa.

 

Meglio tagliare la spesa pubblica improduttiva

Siamo tutti consapevoli che il Paese ha urgente bisogno di tornare a crescere e che, a tal fine, esistono settori strategici come l’istruzione e la cultura bisognosi di urgenti investimenti. Ma non è né giusto né efficace continuare a cercare le risorse economiche necessarie aumentando le tasse.

Non sarebbe meglio tagliare la spesa pubblica improduttiva? Lo ha sostenuto la Ragioneria generale dello Stato. Lo sostengono, da anni, gli economisti. Lo sosteniamo anche noi. Aumentare le tasse erode ulteriormente il potere d’acquisto degli italiani, rischia di ridurrei consumi e rende più arduo alle imprese investire e creare posti di lavoro.

E’ vero, tagliare la spesa pubblica è un intervento complesso e che richiede tempi non brevi per portare risultati concreti. Ma ci sono tagli che si possono fare subito, con esiti immediati e – soprattutto – certi per le casse dello Stato.
Abbiamo lanciato un sondaggio su questo sito individuando 5 possibili tagli alla spesa pubblica che porterebbero allo Stato un beneficio economico pari a quello, fortemente dubbio, che verrebbe dagli aumenti delle accise sulla birra.

E’ un modo semplice, condiviso e trasparente di far sentire la nostra voce e suggerire alle Istituzioni e alle forze politiche che si può investire nell’istruzione e nella cultura senza aumentare le tasse.

 

L’aumento delle accise sulla birra rischia di non far crescere le entrate dello Stato e porta danni a tutti gli italiani. #salvalatuabirra


 

Assobirra sostiene il consumo responsabile di birra Bevi Responsabile Assobirra