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News

25/06/2014

Aumento accisa sulla birra: l’introito reale sarà più basso del -62% e si perderanno comunque 2.400 posti di lavoro giovanili

 

Uno studio realizzato da REF chiarisce che gli aumenti della fiscalità (+30% in 15 mesi) programmati dallo Stato porteranno in effetti – a causa della flessione dei consumi (-5%) seguita all’innalzamento dei prezzi –

nemmeno il 40% delle risorse attese: 68 milioni di Euro invece di 177.

La campagna salvalatuabirra voluta da AssoBirra, che ha raggiunto e superato la soglia delle 100.000 firme

raccolte contro l’aumento delle tasse sulla birra, lancia un appello al Governo:

“fermate l’aumento di gennaio e salverete in extremis circa 1.200 posti di lavoro”.

Se la nostra accisa fosse ai livelli (3-4 volte in meno) spagnolo e tedesco,

il settore vedrebbe generati circa 5.000 posti di lavoro in più…

 

 

Da una parte gli effetti negativi – 2.400 posti di lavoro in meno e un prodotto popolare come la birra che aumenta di prezzo  – dall’altra  i risultati  “positivi”, che lo saranno però molto meno di quanto ci si aspetta: 68 milioni di euro che entreranno nelle casse dello Stato sotto forma di maggiore introito da accisa sui prodotti alcolici, a fronte di un incremento atteso, però, di 177 milioni di euro (-62%).

 

FRAUSIN: “CHIEDIAMO DI CANCELLARE L’AUMENTO DI GENNAIO, PER SALVARE 1200 POSTI DI LAVORO”

E’ quanto emerge da uno studio economico (Il settore della birra. Caratteristiche della domanda e dell’offerta, effetti della tassazione“) realizzato da REF.ricerche, coordinato dal partner Fedele De Novellis e finanziato da AssoBirra, al fine di mettere a disposizione del decisore politico una informazione ampia e documentata sui reali effetti sull’economia italiana della pressione fiscale sulla birra, oggi tra le più alte in Europa nonostante il nostro Paese presenti uno dei più bassi livelli di consumo di alcolici al mondo.

 

La birra – spiega Alberto Frausin, Presidente di AssoBirra – è l’unica bevanda alcolica da pasto gravata da accisa in Italia e il Governo ha deciso di aumentare ancora la tassazione sul nostro prodotto. Ma quando aumentano le tasse il prezzo della birra sale, si riducono i consumi e, come dimostra lo studio del REF, anche lo Stato non ci guadagna quello che ha programmato… Mentre l’effetto depressivo di questi aumenti sull’occupazione, soprattutto giovanile, resta: fino a oggi abbiamo già bruciato, con i primi 2 aumenti, 1.200 posti di lavoro in settori strategici come l’industria alimentare, l’agricoltura, la distribuzione, bar e ristoranti. Ma siamo ancora in tempo a fermare l’ultimo aumento previsto a gennaio, salvaguardando in questo modo la fonte di reddito di 1.200 famiglie italiane. 100.000 italiani sono con noi, hanno firmato la nostra petizione e ci chiedono di andare avanti. #stopaumentoagennaio è il nostro slogan e continueremo a spingerlo e sostenerlo fino a quando non verremo ascoltati”.

 

IN 15 MESI UN AUMENTO DELLA FISCALITA’ DEL +30%: 1 SORS0 SU 2 DELLA BIRRA SE LO BERRA’ IL FISCO

Ma vediamo il contesto in cui maturano questo studio e questa campagna. Lo Stato ha  avviato, a ottobre scorso, un piano di rialzo dell’accisa sui prodotti alcolici (anche se poi la birra è l’unica bevanda da pasto a pagarla) in più step: “Due aumenti – spiega Filippo Terzaghi, Direttore di Assobirrasono già entrati in vigore, uno a ottobre 2013, l’altro a gennaio 2014. L’ultimo, più sostanzioso, è previsto invece a gennaio 2015: l’innalzamento complessivo della tassazione, alla fine di questo percorso – le accise sulla birra erano pari a 2,35€ /HL Grado Plato i primi di ottobre 2013 e arriveranno a 3,04€ /HL Grado Plato a partire dal 1 gennaio 2015 – ammonterà a un +30% maturato in poco più di 1 anno. Se il peso fiscale (accisa più IVA) su una bottiglietta di media gradazione da 66cl acquistata al supermercato a 1 euro è oggi pari a circa il 40%, a gennaio sfiorerà il  45%: quasi un sorso su due di quella birra se lo berrà, di fatto, il fisco”.

Davanti a questo scenario è partita la campagna salvalatuabirra (www.salvalatuabirra.it) che in pochi mesi è riuscita a raccogliere oltre 100.000 firme contro l’innalzamento delle tasse e a lanciare una proposta (#stopaumentoagennaio) attorno alla quale continua a raccogliersi un movimento popolare spontaneo fatto di serate in cui raccogliere firme (in eventi pubblici, da Vinitaly a Cibus), sostegno da parte di grandi chef (Sadler, Uliassi, Bowerman ) e di un campione del mondo di calcio del calibro di Marco Materazzi, oltre a una intensa attività social (presenza su facebook e twitter).

 

Senza considerare l’appoggio di un amico di vecchia data del mondo della birra che si chiama Renzo Arbore, tornato, oltre 30 anni dopo il suo “meditate gente meditate” a parlare di un prodotto che ama proprio per sostenere Assobirra nella sua campagna contro l’aumento dell’accisa (con un simpatico video che potete trovare sul web https://www.youtube.com/watch?v=3mAit-_pwr8).

 

10 CENTESIMI DI ACCISA IN PIU’: SIGNIFICA UN +2% DEL PREZZO E -5% DEI CONSUMI (-7% NELLA GDO)

Tornando allo studio realizzato da REF, scopriamo che anche questo settore reagirà ad aumenti continui di tasse tagliando i consumi, visto che l’indice di elasticità della domanda di birra al prezzo si avvicina (valore insolito per un prodotto alimentare) a 1. Attestandosi a 0,5 per l’horeca e a 1,2 per gli acquisti presso la GDO e il dettaglio.

Un aumento delle accise di 10 centesimi al litro (corrispondente all’impatto dei vari innalzamenti dell’accisa programmati da ottobre 2013 a gennaio 2015) porterà a dunque un aumento del prezzo medio di circa il +2%, con punte del +7% nel canale GDO. Con una diminuzione delle quantità complessive consumate di quasi il -5%, più di 800.000 ettolitri di birra (la GDO ne risentirà per il -7% e l’horeca  per il  -0,6%).

 

Le accise sulla birra – spiega  Fedele De Novellis, coordinatore della ricerca REFsi traducono in un innalzamento del prezzo pagato dal consumatore, a parità di prezzo praticato dall’impresa. Questo non comporta però che l’accisa sia senza conseguenze per le imprese, nella misura in cui l’incremento dei prezzi si traduce in una diminuzione delle quantità vendute, tanto maggiore quanto più elastica al prezzo risulta la curva della domanda”.

Questi effetti “indesiderati” delle forzature del mercato indotte dalle politiche fiscali di aumento continuo delle accise, avranno perciò un impatto diretto e importante sull’introito atteso dallo Stato.

Il REF spiega che a fronte dei 177 milioni preventivati, ne arriveranno appena 116.

Ai quali vanno però sottratti ulteriori 48 milioni, effetto negativo in termini d’introito fiscale per il calo del PIL causato dalla flessione dei consumi.

 

DA 177 A 68 MILIONI APPENA D’INTROITO, E 4 SETTORI STRATEGICI PERDERANNO 2400 POSTI DI LAVORO

Pertanto – conclude De Novellis – l’effetto netto dell’accisa sul bilancio pubblico, misurato ex-ante pari a 177 milioni di euro includendo l’Iva, e ridottosi a soli 116 milioni per effetto della contrazione delle quantità vendute di birra sul gettito delle accise, si ridimensiona ulteriormente, portandosi a soli 68 milioni una volta tenuto conto degli effetti della riduzione dei consumi sul Pil. In altri termini, l’effetto sul bilancio pubblico derivante da variazioni delle accise sulla birra si rivela ex-post decisamente inferiore al gettito atteso ex-ante”.

Alla fine lo Stato si ritroverà ad aver incassato solo 68 milioni di euro effettivi (il 62% in meno di quanto sperato), avendo però prodotto un effetto drammatico sui posti di lavoro (-2400 complessivi), in settori a forte impiego giovanile: primo fra tutti il commercio (-568 posti di lavoro), poi l’industria alimentare (-431 posti di lavoro), ma anche l’agricoltura (-388) e alberghi e ristorazione (-378).

E pensare che se il nostro Paese non avesse un peso della fiscalità così alto sulla birra, potrebbe generare occupazione in maniera molto consistente. Il REF ha stimato gli effetti positivi di un sistema  con le accise italiane che scendono (di 3 o 4 volte) fino al livello di quelle spagnole e tedesche: il risultato, con i suoi 5.000 posti di lavoro generati  in più, è davvero sorprendente.

 

UNA TASSA REGRESSIVA: 45% SUI PRODOTTI ECONOMICI, 12% SU QUELLI DI FASCIA ALTA

L’analisi del REF chiarisce poi senza ombra di dubbio la natura fortemente regressiva di questa accisa:
“le imposte indirette sulla birra sono strutturate in modo da avere un peso tendenzialmente decrescente all’aumento del reddito, cioè hanno natura regressiva… i recenti rincari IVA e accise quindi incidono in misura particolare proprio sui ceti sociali in sofferenza”.

Quella che è stata anche chiamata la “tassa della serata in pizzeria” della famiglia italiana media, ha nei numeri puntuali della sua applicazione una ragione in più di rifiuto da parte dei consumatori: sulla bottiglietta da 66cl di primo prezzo acquistata al supermercato (0,80 Euro) arriva a pesare (accisa più IVA) anche il 45%, mentre nell’ipotesi di un acquisto al ristorante oppure in un bar di un prodotto di fascia “alta” (una spina da 40cl ) il peso della fiscalità si ferma al 12%.

 

 

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