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News

08/01/2015

Birra: tra luglio e settembre vendite in calo del -26%

Il calo dei consumi di birra, registrati in 3 mesi importanti per le vendite di questo prodotto, sono una delle conseguenze – insieme al clima incerto del periodo estivo – dell’aumento delle accise deciso dal precedente Governo. E intanto i consumi,

che sono ormai bloccati da 10 anni, si spostano dal “fuori casa” al consumo casalingo. A Roma si riunisce la filiera della birra per dire “no” all’ulteriore aumento del 1° gennaio 2015, per chiedere al Governo Renzi di intervenire e risolvere la situazione.

Un settore che vale 3,2 miliardi, che garantisce 136mila posti di lavoro e conta oltre 200mila imprese.

E pensare che se le accise italiane a gennaio anziché aumentare si attestassero a livello di Germania e Spagna, il settore sarebbe in grado di generare 20 posti di lavoro al giorno (7.000 a fine anno)…

 

Da luglio a settembre le vendite di birra sono scese del -26% . Il peso delle accise, aumentate in base a una decisone del precedente Governo, oggi, come previsto da uno studio REF Ricerche per AssoBirra, rischia di mettere in ginocchio l’intera filiera della birra. Un mercato, quello della birra, che da 10 anni non vede crescere i suoi consumi e che ora, con questo calo, vede peggiorare la situazione. Se ne è discusso al convegno “La filiera italiana della birra. Ridurre la pressione fiscale per continuare a creare valore e occupazione”, che si è svolto a Roma a Palazzo San Macuto alla presenza di AssoBirra, Confagricoltura, Confimprese e Fipe-Confcommercio.

La birra pesa infatti in maniera rilevante sul fatturato dei pubblici esercizi: secondo dati Fipe-Confcommercio, in media il 12% degli incassi vengono garantiti da questa bevanda, ma si arriva anche al 20% per i bar serali e addirittura al 43% per i bar/birrerie.

Alberto Frausin, Presidente AssoBirra: “Uno studio di REF Ricerche, dopo l’aumento delle accise deciso dal Governo Letta, ipotizzava consumi 2014 di birra in calo del -5%, e la flessione del -26% registrato tra luglio, agosto e settembre (che rappresentano i mesi più importanti in termini di vendite per questo prodotto) fanno apparire la situazione del mercato in linea con le previsioni. È per questo che abbiamo deciso di riunire qui tutti i principali attori di una filiera che rappresenta un’eccellenza italiana, che vale 3,2 miliardi di euro, garantisce 136mila posti di lavoro e conta più di 200mila imprese, tra produttori, fornitori di materie prime e servizi e aziende della distribuzione e dell’ospitalità. Vogliamo chiedere al Governo Renzi di intervenire per bloccare il prossimo aumento delle accise del 1° gennaio 2015, che rischia di dare un ulteriore colpo gravissimo al nostro settore, portando complessivamente al +30% gli aumenti in 15 mesi (in pratica circa 1 sorso su 2 della nostra birra la berrà il fisco)”.

 

7 MILA NUOVI POSTI DI LAVORO (20 AL GIORNO) CON ACCISE AI LIVELLI DI GERMANIA E SPAGNA. IL CASO UK

Se il 1° gennaio 2015 venisse bloccato l’aumento delle accise, o meglio ancora portato al livello di tassazione della birra di altri Paesi europei come la Germania (4 volte inferiori alle nostre) o la Spagna (3 volte inferiori), in Italia si potrebbero avere effetti straordinari per l’occupazione. “I dati REF dimostrano che, se il nostro Paese non avesse un peso della fiscalità così alto sulla birra, potrebbe generare occupazione in maniera molto consistente. Con accise 3 o 4 volte inferiorispiega Frausinsaremmo in grado di generare 5.000 nuovi posti di lavoro, ai quali si andrebbero a sommare quelli che il REF stima verranno persi a causa dell’aumento di questi mesi (circa 2.400). Insomma, oltre 7.000 posti di lavoro in un solo anno. Parliamo della possibilità di generare 20 nuovi posti di lavoro al giorno nel 2015”.

Che il settore della birra abbia un effetto positivo sull’occupazione lo dimostrano anche altri dati. Si stima che 1 posto di lavoro in questo settore ne generi 24,5 nell’ospitalità (bar, ristoranti, alberghi), 1 nell’agricoltura, 1,3 nella supply chain (imballaggio, logistica, marketing e altri servizi) e 1,2 nella distribuzione (GDO e dettaglio).

 La possibilità di incrementare l’occupazione all’interno della filiera, in concomitanza con la riduzione della pressione fiscale sulla birra, è molto più che una semplice ipotesi. In UK proprio il settore birrario e dei pub ha ricevuto una forte spinta occupazionale nell’ultimo anno grazie ai tagli decisi dal Governo in materia fiscale. L’investimento di capitale è risultato in crescita del 12% , per 525 milioni di euro complessivi, questo ha generato 4.000 posti di lavoro e 1.600 nuovi tirocini a fronte della scelta del Governo britannico di agevolare il carico fiscale del settore nei bilanci 2013 e 2014. Il caso UK mostra una perdita minima di entrate per il Tesoro dovute alle vendite di birra, ma di un aumento delle entrate fiscali dovute all’occupazione in crescita.

In quest’ottica, anche Rt Hon George Osborne MP, Chancellor of the Exchequer (l’equivalente del nostro Ministro dell’Economia), ha sottolineato l’importanza della birra per l’economia del Paese: “Sono felice di essere riuscito a ridurre di un penny, per il secondo anno consecutivo, il costo della pinta di birra. I pub sono una parte vitale della comunità britannica e io voglio fare tutto quello che posso per aiutarli. Il nostro piano economico è incentrato sulla creazione di posti di lavoro e sicurezza economica. I nostri pub e i produttori di birra danno lavoro a migliaia di persone in tutto il Paese”.

 

IMPORT STABILE, MA GRAVI SVANTAGGI COMPETITIVI CON AUMENTI ACCISE

Intervenire oggi sull’aumento del 1° gennaio 2015 vorrebbe anche dire tutelare un prodotto che rischia di pagare un grave svantaggio competitivo rispetto agli altri produttori europei: basti pensare che con questo ulteriore aumento su un ettolitro di birra a Roma si pagheranno 38 euro mentre a Berlino 9.

Il nostro Paese resta il mercato con i maggiori volumi di import di birra (pari a 6 milioni 175 mila ettolitri nel 2013), complice anche una competizione fiscale sleale da parte di vari Paesi europei, fondata su norme nazionali poco rigorose sulla denominazione del prodotto (gradi plato) che permettono di commercializzare a prezzi molto competitivi (e con una tassazione più bassa) birre di minor qualità, che rischiano di mettere fuori mercato gli operatori italiani. “Anche per questo - afferma Frausinè importante che il Governo Renzi intervenga, perché la scelta di questo ingiusto aumento va a colpire la competitività del nostro prodotto, che resta l’unica bevanda alcolica da pasto su cui grava l’accisa (nel nostro Paese non pagano le accise le bevande alcoliche che rappresentano il 65% dei consumi di alcol). La birra è la bevanda alcolica preferita dagli under 54 (secondo uno studio Ipsos-AssoBirra) e nell’80% dei casi viene bevuta ‘a pasto’, quindi in modo responsabile e secondo uno stile di consumo che definiamo ‘mediterraneo’, ossia senza eccessi e in maniera consapevole”.

 

CONSUMO PRO CAPITE STABILE A 29,2 LITRI, MA CRESCE IL CONSUMO IN CASA A SCAPITO DEL FUORI-CASA

I consumi nel 2013 si sono mantenuti sostanzialmente piatti (pari a 17 milioni e 504 mila di ettolitri, +0,3% sul 2012) così come il consumo pro capite, che rimane invariato: 29,2 litri annui contro i 29,3 del 2012. Un valore che conferma l’Italia all’ultimo posto in Europa, distante da Repubblica Ceca (144 litri procapite), Germania (107), Austria (106) ma anche da realtà “mediterranee” come la Spagna (82) e la Grecia (38,3). Fa riflettere il cambiamento della composizione dei consumi: la crisi economica – combinata con l’aumento dei prezzi provocato dagli incrementi fiscali del 2013 – ha comportato l’accentuarsi di due fenomeni.

Da una parte cresce una dimensione più domestica del prodotto, con consumi di birra che si spostano dal cosiddetto Fuori Casa (On Trade) all’acquisto nella distribuzione moderna e tradizionale (Off Trade): rispetto al 2012, il primo è sceso dal 41% al 40,3%, mentre il secondo è corrispondentemente salito dal 59% al 59,7. Si riduce dunque percentualmente il consumo fuori casa (bar, ristoranti, pub, ecc.) mentre aumenta il numero di coloro che acquistano birra per poi berla fra le pareti domestiche. Altro fenomeno rilevante per il settore è lo spostamento verso i prodotti più economici. Relativamente alle tipologie di birra, i segmenti top del mercato – che consentono marginalità più alte al settore – hanno registrato una evidente flessione: la quota di mercato delle Specialità è scesa di quasi due punti, dal 13,4% all’11,5%, quella delle Premium di oltre tre punti e mezzo, dal 30,3% al 26,7%. Ciò a tutto vantaggio delle birre di minor prezzo, in particolare il Main stream, salito dal 47% al 51%, e le Private Label, passate dal 6,4% al 7,7%.

Questi dati, inoltre, sono più preoccupanti se considerati in un contesto di mercato particolare dove il consumo di birra non cresce ed appare stabile da ormai 10 anni.

 

+10 CENTESIMI DI ACCISA? +2% DEL PREZZO E -5% DEI CONSUMI

Insomma, il quadro che si va delineando dopo la decisione di aumentare le accise sulla birra (i primi 2 aumenti sono scattati rispettivamente il 10 ottobre 2013 e il 1° gennaio 2014, mentre il terzo aumento previsto a marzo 2014 è stato congelato e scatterà insieme all’ultimo previsto a partire dal 1° gennaio 2015) appare estremamente fosco. E a risentirne saranno anche le tasse dello Stato! Sempre secondo REF, sarebbero di appena 68 milioni di euro le maggiori entrate per lo Stato effettivamente generate da questi aumenti, a fronte di un incremento atteso di 177 milioni di euro (-62%). Un aumento delle accise di quasi 10 centesimi al litro (corrispondente all’impatto dei vari innalzamenti dell’accisa programmati da ottobre 2013 a gennaio 2015) porterà a un aumento di circa il 2% del prezzo medio del prodotto, con punte del +7% nel canale GDO e con una diminuzione delle quantità complessive consumate. Il calo dei consumi, a fronte dei 177 milioni preventivati, porterà appena 116 milioni di euro, ai quali vanno però sottratti ulteriori 48 milioni, effetto negativo in termini d’introito fiscale del calo del PIL causato dalla flessione dei consumi, con un conseguente “beneficio” per l’Erario di soli 68 milioni a fronte del danno arrecato ai consumatori che pagheranno di più la propria birra e dell’accentuarsi della discriminazione fra bevande che sopportano accise sempre più alte e bevande che continuano a non pagarle affatto.

Davanti a questo scenario è partita nei mesi scorsi la campagna salvalatuabirra (www.salvalatuabirra.it) che in poco tempo è riuscita a raccogliere oltre 110mila firme contro l’innalzamento delle tasse e a lanciare una proposta (#stopaumentoagennaio) attorno alla quale continua a raccogliersi un movimento popolare spontaneo fatto di serate in cui raccogliere firme (in eventi pubblici, da Vinitaly a Cibus), sostegno da parte di grandi chef (Sadler, Uliassi, Bowerman) e di personaggi come Renzo Arbore, oltre a una intensa attività social (presenza su facebook e twitter).

 

 

 

Ufficio stampa AssoBirra

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