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Perché non tagliamo la spesa pubblica? Approfondimento.

L’aumento delle accise sulla birra vale circa 170 milioni di euro. Il Centro Studi CASMEF dell’Università LUISS Guido Carli di Roma ha individuato 5 proposte alternative di tagli alla spesa pubblica che apporterebbero benefici finanziari equivalenti alle casse dello Stato.

Vediamole nel dettaglio.

 

Eliminare il finanziamento pubblico ai partiti e all’editoria politica (-150 milioni di euro)

Nonostante il vincolo legislativo derivante dal risultato del referendum abrogativo del 1993, il finanziamento pubblico ai partiti esiste in forma sostanziale come rimborso elettorale. Tali rimborsi sono stati legati alla durata nominale della legislatura, dando vita quindi a casi in cui i rimborsi per un’elezione si sono cumulati con quelli della legislatura successiva in caso di elezioni anticipate. Tale possibilità è esclusa dal 2010.

Dal 2012 vige la legge 96/2012 che, tra altri provvedimenti in materia, limita l’ammontare massimo dei rimborsi ai partiti politici, fissato a un totale di 91 milioni di euro all’anno. Tale voce include i rimborsi per elezioni Politiche, Regionali ed Europee. Questo intervento normativo, tuttavia, non sembra aver inciso in maniera rilevante sull’entità del contributo statale all’attività dei partiti. Il rimborso per le elezioni tenutesi nel 2008 è stato pari a 501 milioni di euro sul quinquennio della legislatura cui afferiva. Con l’attuale sistema, nel quinquennio la spesa programmata per il finanziamento ai partiti arriva a 455 milioni di euro.

In Francia la spesa annuale per il finanziamento ai partiti è pari a circa 75 milioni di euro. Esiste anche una forma di rimborso di 45 milioni di euro all’anno. Nel Regno Unito i partiti politici hanno lo stesso status delle associazioni di volontariato, pertanto non è previsto alcun contributo particolare in ragione della loro natura.

In Italia i partiti politici sono anche destinatari dei fondi per l’editoria di partito, per un ammontare previsto per il 2013 pari a circa 60 milioni di euro. In Europa non ci sono equivalenti per questa voce di spesa. Va però sottolineato come in altri Paesi (ad esempio in Germania) vengano finanziate le fondazioni politiche.

 

Tagliare del 15% il contributo dello Stato agli Enti Locali per spese di rappresentanza (-180 milioni di euro)

Questa voce di spesa è una stima di quanto gli enti locali spendano per finanziare attività di varia natura, con contributi d’importi molto variabili. Sono incluse spese per la rappresentanza regionale a Roma o a Bruxelles, così come i contributi alle celebrazioni locali, sagre, concerti, patrocini a concorsi e manifestazioni di varia natura. Rappresentano una serie di spese a carattere fortemente discrezionale e decentrato e per questo difficilmente controllabili e selezionabili. In considerazione di ciò la misura del taglio lineare ai contributi regionali non vincolati a finalità particolari si configura come la più adatta a incentivare la razionalizzazione di queste uscite da parte degli enti erogatori.

La stima della spesa è determinata su base fortemente prudenziale e ipotizza una spesa media per rappresentanze locali legata alla dimensione dell’ente locale. Le stime sono sintetizzate nella tabella sottostante (fonte: Luigi Olivieri, “Se un patrocinio non si nega a nessuno”, www.lavoce.info).

Tabella Sondaggio 01

 

Tagliare del 6% le spese per il funzionamento degli Organi Costituzionali, a rilevanza costituzionale e della Presidenza del Consiglio (-162 milioni di euro)

Questa voce rappresenta le spese previste nel bilancio dello Stato per il funzionamento delle seguenti istituzioni:

  • Presidenza della Repubblica
  • Camera dei Deputati e Senato della Repubblica
  • Corte Costituzionale
  • Governo
  • Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro
  • Consiglio di Stato
  • Corte dei conti
  • Consiglio superiore della magistratura
  • Consiglio supremo di difesa
  • Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Nel Bilancio Semplificato dello Stato si prevede, per l’anno 2013, relativamente a questa voce, una spesa pari a 2,74 miliardi di euro (lo 0,36% del totale della spesa pubblica statale). Nelle previsioni per il 2014 tale cifra appare in crescita a 2,752 miliardi (+0,4%) e nel 2015 dovrebbe salire a 2,755 miliardi (+0,5% rispetto alle previsioni 2013). La componente maggiore di questa voce è costituita dalle spese per il Parlamento, pari a 1,82 miliardi di euro.

Nel 2009 la stessa voce entrava in bilancio per un ammontare pari a 1,58 miliardi di euro, così da determinarsi nel 2013 un incremento di circa 240 milioni. Nel 2009 il costo delle due camere legislative italiane era pari a circa 2,3 volte il costo delle due camere del Regno Unito e 1,8 volte il costo delle due camere legislative in Francia.

 

Tagliare del 7% i trasferimenti a societĂ  di servizi pubblici (-167 milioni di euro)

Con questa voce lo Stato contribuisce su base corrente alle spese sostenute da societĂ  a capitale privato per finalitĂ  di servizio pubblico. Queste spese sono diverse quindi dai trasferimenti erogati ai medesimi soggetti in conto capitale per incentivare la creazione di infrastrutture di interesse nazionale. I maggiori destinatari di tali trasferimenti di risorse pubbliche sono grandi societĂ  privatizzate negli anni 90, come Poste (364 milioni di euro), Ferrovie dello Stato (1.765 milioni di euro) e Telecom (31 milioni di euro). Il totale dei trasferimenti erogati dallo Stato per questa finalitĂ  ammonta nel 2013 a 2,38 miliardi di euro.

Pur trattandosi di una voce di spesa in parte con finalità sociali (permettere di rendere economica la fruizione di un bene di interesse pubblico sussidiando il prezzo a un livello inferiore al costo di produzione), è doveroso incentivare comportamenti di razionalizzazione di spesa. Trattandosi per lo più di grandi operatori di mercato in posizione dominante (ex monopolisti), le finalità sociali perseguite dallo Stato potrebbero essere incentivate per via regolatoria piuttosto che tramite l’erogazione di sussidi, i quali, se non associati a capillari forme di controllo sul loro utilizzo, possono dar vita a forme di spesa improduttiva e, nei casi peggiori, distorsiva delle condizioni di mercato. In particolare è auspicabile l’agevolazione alla creazione di mercati appetibili per soggetti privati, in grado di generare dinamiche concorrenziali piuttosto che sussidiare operatori incumbent.

 

Tagliare del 50% i contributi alle scuole private (-135 milioni di euro)

La previsione di spesa dello Stato per l’istruzione primaria e secondaria non statale ammonta per il 2013 a 279 milioni di euro. Negli anni 2014 e 2015 è prevista una spesa pari, rispettivamente, a 277 milioni di euro e 273 milioni di euro. Si tratta di contributi diretti agli istituti, sono quindi escluse le agevolazioni alle famiglie e le borse di studio.

Tale contributo appare in calo rispetto al 2011 (342 milioni di euro) e rappresenta una quota sul totale della spesa per istruzione inferiore alla spesa media nei Paesi OCSE.

Al di là della finalità sociale di alcune sovvenzioni, come nel caso di istituti che operano in condizioni disagiate o con allievi soggetti a problematiche particolari, occorre richiamare il dettato costituzionale, secondo cui, all’articolo 33, si sancisce che “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”.

Il finanziamento alla scuola privata costituisce inoltre un incentivo verso un modello educativo che esprime performances peggiori rispetto al modello della scuola pubblica (fonte: OECD, Education at a glance, 2011) e che, investendo circa l’8% della popolazione studentesca, determina conseguenze rilevanti sull’intero sistema.

Il dettato costituzionale impone allo Stato di garantire l’accesso all’istruzione a tutti per i primi otto anni e per i più meritevoli negli anni successivi, fino ai più alti gradi, non menzionando la garanzia di accedere a percorsi educativi caratterizzati da particolari matrici ideologiche. Si ritiene, quindi, che la spesa a sostegno degli istituti privati debba essere ridotta e rimodulata secondo gli schemi propri delle borse di studio e dei prestiti studenteschi per garantire una migliore efficienza ed equità.

 

Fonte: Centro Studi CASMEF dell’Università LUISS Guido Carli di Roma

 

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